≡ Prefazione di Mario Geymonat a “Dulseur” e altri racconti di Giorgio Michelangeli

Il narrare è sempre un’arte particolare e in questa serie di racconti brevi il giovane autore, Giorgio Michelangeli, ci offre una galleria di personaggi e di situazioni estreme multiforme e singolare. Il camminare domandando sembra essere il suo particolare modo di procedere, molto vicino al moto della macchina da presa. I protagonisti partono quasi sempre da luoghi lontani e improbabili – e già i nomi dati ai luoghi che attraversiamo assieme ai suoi tormentati personaggi sono un indizio eloquente dello straniamento che l’autore riesce a creare col suo narrare vicino ad una prosa poetica. In ogni racconto il viaggio è uno dei temi portanti e si impone sia nei luoghi attraversati sia come viaggio nell’animo e nelle vicissitudini dei protagonisti. C’è sempre un luogo da cui si fugge o che si deve raggiungere, ed il luogo non è mai attraente anche se desiderato.

“Voglio vedere il mare.” Ed il mare, punto di contatto tra la terra e il cielo, è anche l’anello di congiunzione tra i due racconti più carichi di richiami poetici: Il cantico di Nestor Lorca e Dulseur .

Il primo è la premessa dell’altro e si apre con una provocazione stilistica: “quello che ho fatto è inenarrabile”. Invece la storia si dipana attraverso i ricordi concisi e piani del protagonista Nestor Lorca, accolto sulla nave Phoenix dopo che in una sanguinosa scena d’ira aveva ucciso d’impeto il padre – una violenza che peraltro aveva posto fine alla tragedia del vivere nella propria famiglia. Il viaggio che il protagonista intraprende (oltre 10 mesi, la gestazione di un bambino) è per mare, in una nave che non era fatta però solo “di assi di legno e alberi maestri e vele,… era in sé un porto, una casa,…”. Questo racconto, anzi la coppia di racconti, sarebbe piaciuto a Freud, come approfondimento del rapporto complesso, non di rado conflittuale, che ogni padre ha con il proprio figlio, ogni figlio col padre. La violenza, l’ira e gli atti decisi sono una costante di tutti gli eroi maschili di Michelangeli.

Nel racconto-premessa il mare è “gioia per chi lo sa vivere”, luogo dove si raccontano storie infinite e si bevono fiumi di rhum. Ma presto sulla Phoenix si imbarca Blanche , la “creatura più bella che mai si sia vista sulla faccia della terra”, e quando le figure femminili si affacciano le vicende assumono caratteristiche più veloci, decise e dolci. La storia cammina fino a toccare la tragedia: la donna promessa in sposa al capitano s’infiamma d’amore per Nestor al quale darà un figlio che le procura la morte. Quest ‘atto d’amore scatena altre tragedie: il capitano impazzisce e tenta di uccidere il rivale, ma il dramma non finisce ancora e Nestor si ritrova ad uccidere nuovamente per salvarsi la vita. Ora lui è, per legge di mare, il nuovo comandante della Phoenix : “Il bello della vita è che ti sorprende, è la caratteristica più eccezionale che ha”, e la scena terribile che chiude il racconto, con Nestor che incendia la nave con tutti i compagni e ciò che contiene, fuggendo poi da solo su una scialuppa, non riesce a stupire. “Per ricominciare a vivere, devi prima morire del tutto” è il motto salace, l’alone di titani resta impressa come la visione che chiude il tutto: “Solo, / nel mare, / un bambino nuota a riva, / per mai più dimenticare”. Michelangeli costruisce sapientemente in quel momento l’eroe vendicatore che ritroviamo subito dopo in Dulseur .

Questo è un borgo sperduto fra le montagne ed il mare, con “poche case, altrettante poche persone in strada, un fabbro… due o tre barchette da pesca”; l’unica cosa sorprendente per il viaggiatore è la presenza di una biblioteca dove si trova curiosamente “un libro chiuso di poesie”. A Dulseur giungono su un treno altri protagonisti, e tutti che troveranno risposte definitive alle loro domande. Le vicende che polarizzano i personaggi e li mescolano, si svolgono rapidamente con incroci e incastri di pensieri, di ricordi, speranze e progetti, in tre fumose taverne: la Vernount , direttamente sul mare, la Oltremare e la Stella Alpina , di fronte alla precedente, che tutte evocano fascinosi misteri dietro porte chiuse e suoni armoniosi.

“…in qualche stanza al terzo piano si udì un danzare di note. Era Sorbèn il pazzo, Sorbèn il maestro, Sorbèn l’artista che anche stanotte metteva negli ottantuno tasti del suo pianoforte quel po’ d’anima che gli restava”. In questo luogo fumoso e irreale ci aspettano altri amori intensi e totalizzanti: un colpo di fulmine avvicina subito Jacques con Brina, la bibliotecaria, che alla taverna Vernount gli porta “il libro di poesie più bello che sia mai stato scritto, e che non parli di mare”. A lei egli allora racconta la sua fuga avventurosa dalla Phoenix in fiamme e il proposito di uccidere il capitano responsabile dell’incendio, che dovrebbe essere proprio a Dulseur e che, rivela, “è mio padre”. I drammi si incrociano, le partite a carte più o meno truccate si accavallano con i delitti-liberazione – “il desiderio di vivere mi porta ad uccidere” – e “il dolore di un nuovo passato da raccontare, un nuovo presente da dimenticare, un futuro senza ali”. I protagonisti hanno toni drammatici ed assoluti.

Appassionanti ed intensi sono pure gli altri racconti: Sabbia e vento, Vie tracciate invisibili e La serata mondana . In Sabbia e vento l’autore e il lettore sorridono di fronte a una partita di bari del West, dove la donna, Nerita, è una presenza sfuggevole: “dicono che continuerà ad amare solo se stessa, finché si ritroverà vecchia e… nessuno ricorderà la sua bellezza”. I volti sono un misto di adrenalina, gioia e paura dannata. Mondo fuggevole e crudele: “Chi non ha paura è detto coraggioso. Chi ha paura è detto vigliacco. Di vigliacchi, ne ho incontrati molti, per le strade della città. Di coraggiosi pure ne ho incontrati molti, nei cimiteri”. Lapidario il commento: “a questo mondo c’è chi spara e chi usa il cervello, poi c’è chi spara usando il cervello, e chi non sa né sparare né pensare deve inventarsi un modo di sopravvivere”, metafora rivelatrice della vita di oggi! Nel West si confrontano coloni ed indiani, bombe ed agguati, bari e cacciatori di taglie, ma sempre c’è bisogno, un estremo bisogno di poesia: “Ramingo muovo i miei passi / nella notte più buia / dove strade incontrano strade, / e i miei occhi si perdono / dietro la forma spezzata / d’una montagna di granito”, e necessità assoluta di profondo silenzio, “Silenzio. Poi ancora silenzio”. Uno dei personaggi ammette: “che c’è qualcosa di tremendo e poetico nel vedere un luogo con la consapevolezza che sei l’ultimo, a questo mondo, che lo vede così”. Come nella realtà, l’amore e il dolore si mescolano in modo inestricabile: mors tua vita mea , “La verità è un bicchiere di cristallo in frantumi”. In conclusione, in un perpetuo moto / di sabbia e vento : “Una grande casa brucia felice. Tanti spettri non ci sono più… Gli spiriti del villaggio riposeranno in pace”.

In Vie tracciate invisibili , il paesaggio è montano – nel piccolo villaggio “puoi aprire gli occhi la mattina e guardare giù. E sentirti un po’ dio ”. La favola orientale si rivela nell’ambiente spirituale: “un monaco siede in meditazione. La sua mente è una stanza vuota e bianca… Si deve partire da un luogo molto profondo per capire cosa c’è al di là del nostro limite. Per poi trovarsi a danzare coi sogni, al chiaro di luna. E sorridere di se stessi ”. Né i personaggi femminili sono da meno: “un bimba che dorme… una donna, a lume di candela, sta lavorando della lana, a mo di coperta”. È un paesaggio è immobile, antichissimo: “Qualcuno insegue il destino; per qualcun altro, semplicemente arriva”.

Il maestro Shalai siede in terra e “per tutto il giorno, fino a sera, ascolta il mondo… Qualcuno ha detto che è pazzo. Qualcun altro che è un saggio”. Forse un pò e un pò . Ma il dialogo misterioso si accentua nel dramma per cui l’amore si fa molto stretto alla morte: “Guardami. / Rimembra il mio viso / e chiama il mio nome / poiché / stanotte uno schiavo / diventerà re. / Oppure morirà, / solo per te”. Anche quando il delitto-giustizia si compie non saprai “mai di essere solo un granello di polvere, in un mare di sabbia” tutto, dal piccolo sasso all’immensa montagna, dal fiume al mare, dalla terra alle stelle, dal bambino che nasce al vecchio che spira, tutto trascorre il suo tempo.

Ma una scintilla d’amore tocca anche il cuore del sicario, la sua anima. Quando un conto tra lupi rimane in sospeso, pagano gli agnelli . E alla morte può succedere uno sposalizio, secondo il costume d’oriente, con la dolce armonia dei poemi: “La notte è trascorsa, / di storie e di canti / s’è fatta cornice, / attrice, commedia”. Nasce un nuovo sole e ci sono due persone, oltre a Shanbala e oltre ai confini della terra, che si tengono per mano e sembrano felici. Cos’altro serve al mondo? La chiusa butta a mare le drammatiche premesse, le ragioni delle paure e dei delitti.

Nell’ultimo racconto, Serata mondana , “si sarebbe discusso di tutto e di più”, ma il sottofondo si svela drammatico: “niente zii, tutti morti d’incidente aereo mentre facevano una vacanza high-cost alle Fiji”. Salvo zio Sfigherio, colto da improvvisa e fulminante diarrea proprio quella mattina: “Che culo!” aveva pensato tra le lacrime nell’apprendere la notizia, ma era stato ucciso immantinente anche lui da un aeretto radiocomandato che gli si era schiantato sulla testa. Il linguaggio del tutto contemporaneo snoda tutto il racconto in una lunga scena, assolutamente godibile.

I giochi sono all’interno di una grande e sontuosa dimora dove si prevede una festa con personaggi vicini ai giorni nostri: politici, intervistatori venduti, lacchè di ogni tipo. Il giovane Michelangeli esalta l’attesa nervosa per l’ospite più importante, quello che conta, che ha il potere nelle mani. Come nella Cena di Trimalcione dell’antico Petronio, però, la festa troppo allegra si sviluppa in tristissimo funerale e si sentono varie sventagliate di mitra “mentre le urla aristocratiche venivano soffocate dalla bolgia… Fu una strage. Poi un lungo, lunghissimo silenzio”. Giustizia è fatta, e chi l’ha prodotta può sorridere in qualche modo commosso: “È stata proprio una bella festa!”.

Il lettore ne esce provato ma insieme interessato e contento.

Università Ca’ Foscari di Venezia – Gennaio 2008