Il Gazzettino, 6 giugno 2009

Ventisei narratori percorrono una disperata “Italia Underground”.

Storie di città e di fabbriche, di vita operaia e di vita lungo le strade, di immigrazioni infelici e di amicizie sorprendenti, di sguardi che si disperdono nel vuoto e di animi battaglieri che lottano invano per diritti minimi. Paesaggi sporchi fatti di muri scalcinati e di giardini aridi, di fabbriche in disuso, di cancelli che inghiottono strade, di ombre e di silenzi che si mangiano le esistenze, tra personaggi che entrano ed escono dai limiti di un vivere che ci sfiora ma che fatichiamo a vedere.
Ci pensano ventisei narratori a modellare la sagoma di questa “Italia Underground” nella bella raccolta di racconti pubblicata da Sandro Teti Editore (13 euro) dopo essere apparsi l’estate scorsa, sul “Manifesto”. È uno sguardo disperato e raggelato che abbraccia quel “luogo di scarto” rappresentato dall’hinterland dimenticato dalla “Megalopoli Italia” e che autori come Gianni Biondillo, Ascanio Celestini, Valerio Evangelisti, Mihai Butcovan, Angelo Mastrandrea, Stefano Liberti, il veneziano Roberto Ferrucci riflettono nei loro testi, dolenti reportage dai mondi di confine delle nostre città. Biondillo si commuove davanti «alla piccola fabbrica coll’intonaco verde scrostato e la ciminiera in mattoni cotti», ricordando una «Milano scomparsa» fatta di «operai, di piccetti, di manifestazioni, di freddo nelle ossa, la domenica a messa col vestito nuovo». Il narratore e poeta rumeno Butcovan insegue un ingegnere che parte per l’Italia cercando fortuna: un padre, un marito, un professionista finito a incollare «mattoni uno sopra l’altro», senza contratto, senza diritti, senza paga, e che precipita dall’impalcatura «planando fra i tetti, punti, vele, guglie della città». Ascanio Celestini regala il suo magnifico monologo “La divisa non si processa” (andato in onda a “Parla con me” su Raitre), racconto morale e poetico su miseria e ricchezza, ma soprattutto su povertà svenduta e ricomprata: «Il mondo è un’automobile e chi sta fuori lava il vetro». Neppure la libertà, da sola, può servire, avverte Celestini. Perché senza «la rabbia, la fame, senza l’orgoglio e il disgusto, senza cultura e coscienza di classe non si fa la rivoluzione».Il veneziano Ferrucci ripercorre invece passi del giovane vu cumprà marocchino costretto a saltellare tra le onde reggendo borse e cinture contraffatte per fuggire a vigili solerti sulla spiaggia di Jesolo, e inaspettatamente difeso dai bagnanti. Un episodio di cronaca rivisitato dall’occhio dello scrittore, una fuga disperata dalla disperazione, dalla miseria, ma anche dall’intolleranza sempre più diffusa e stereotipata. Anche il giovane rifugiato politico osservato dal giornalista Stefano Liberti (Premio Lucchetta 2008) si sgretola davanti alla cruda realtà: bisogna abituarsi «a quel provvisorio che diventa permanente», ad una vita che «non poteva che essere che quella, andare e venire al campo, contare i quintali di pomodoro raccolti e gli euro messi insieme a fine settimana, scaldare la minestra ogni sera allungarmi su un materasso accanto ad Amadou». Stessa rabbia e stessa disperazione che soffocano l’uomo del sud che cerca lavoro in un nord che respinge e sfrutta, italiani, marocchini, slavi, poco importa (Angelo Mastrandrea, “Rivoluzionedi paese”). Neanche l’amore offre consolazione, e lo sa bene il barista Gregorio VII che venera invano la prostituta clandestina Michela nella Milano sporca e lacera osservata da Vincenzo Latronico (premio Berto 2008).
È un’Italia Underground dolente e rassegnata che sembra assistere raggelata ad uno sfascio etico, morale e civile senza precedenti. Niente più sogni dietro l’angolo, niente speranze, nessuna prospettiva. L’oggi porta soltanto angoscia. Sia pure “underground”.

Chiara Pavan